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Turista a Kabul, Aghanistan

Tra gli eccessi della vita quotidiana in Afghanistan, c’è la necessità di provare a fare anche cose normali. Come un viaggio per attraversare eastbound il Paese, per vedere se c’è qualcos’altro oltre i carri armati, i dirigibili a controllo delle città (tipo Grande Fratello), i posti di blocco, i metal detector. Spostarsi da Herat a Kabul non è semplice, gli unici mezzi in grado di percorrere la Ring Road 2 sono i Freccia, piccoli cingolati dell’Esercito Italiano, oppure i Lince, le jeep con la postazione del mitragliere in ralla, o ancora i tristemente noti Suv bianchi blindati “degli occidentali”, i bersagli più facili per chi –più o meno giustamente- ci vorrebbe fuori dal Paese.

Quel che è certo è che in città come nelle province sperdute nel deserto, gli afgani sono dei profughi nel loro Paese, senza acqua, senza luce, senza scuole. Camminano per i loro viottoli fangosi infestati di mine e aspettano ogni giorno che la fame finisca, che si smetta di morire, che si possa studiare. Non sono tutti maleodoranti e cattivi, e non nascono tutti con il desiderio irrefrenabile di farsi saltare in aria in mezzo a qualche ambasciata o nel cuore del mercato cittadino. Le afgane non sono tutte ignoranti come capre e anche se sono schiave del padre, del marito e del loro stesso fratello non significa che siano d’accordo sull’andazzo della società. Molte di loro leggono, scrivono, parlano due lingue e pensano che la transizione sia la migliore scusa affinché il regime talebano possa riconquistare non solo Kabul, ma il Paese intero. Quando arriva la notte, le finestre illuminate sono quelle degli stranieri, i compound dove vengono sigillati i diplomatici, nella cosiddetta Green Zone. Un fortino di cemento armato, dove con il tentativo di allontanare il tifo, l’epatite B, il colera e svariate compilation di tribù batteriche, ci si è chiusi talmente dentro da non vedere che un triangolo di cielo sopra la testa. L’oscurità manda tutti a letto presto, e come possiamo capirlo noi, che al massimo facciamo tardi in discoteca, questo jet lag sociale rimasto al buio del secolo scorso? Noi stranieri non suscitiamo entusiasmo, siamo intrusi di cui si farebbe volentieri a meno, specie quando ci inventiamo benefattori con i petroldollari. Qualcosa di buono, nel nostro piccolo, lo abbiamo fatto: consegnare le prime patenti di guida a delle donne afgane.

Sono poche, cinque o sei, da luglio scorso studiano assieme a noi occidentali per conseguire l’agognato certificato, seguendo un corso sui generis che non insiste troppo con la segnaletica stradale, dal momento che la conoscenza dei cartelli è obbligatoria per la normativa internazionale, ma in Afghanistan i semafori, gli stop e le strisce pedonali non esistono. Chi guida si ferma prima di investire un pedone e prende le rotonde –tendenzialmente- in senso antiorario. Le neo-patentate si sono esercitate a montare e smontare interamente i motori delle Toyota giapponesi e delle Totoya cinesi, tutte egualmente scassate, a sostituire una gomma, a rimettere in sesto lo spinterogeno e pulire i filtri. Hanno seguito un corso accelerato di guida sul ghiaccio invernale e sui fondi bucati e polverosi d’estate, fino a ricevere la licenza di guida. Un’abilitazione che va più in là, parecchio oltre, il fatto di poter guidare.

Herat, Kabul e Jalalabad sono città dove le donne non possono parlare per prime, non possono guardare negli occhi, non conoscono altri uomini se non i fratelli e il marito che la famiglia sceglie per loro. Nel Distretto 1, il più povero della capitale, vive Shaphir, che pur di non sposarsi -e quindi di diventare schiava- è arrivata a prostituirsi. Bisogna intendersi sui termini: le prostitute afgane non stanno per strada al freddo, ma sotto terra dentro una grata. Il cliente apre la gabbia, consuma, e prima di rimetterla dove l’ha presa, decide se pagare oppure no. Nonostante tutto, c’è chi prova a dare un mestiere a donne come Shaphir, che fabbrica gioielli, e anche per questo ogni giorno viene messa al centro di una stanza e picchiata con il bastone. Gestisce una società di dieci ragazze che fabbricano bigiotteria da vendere in Canada, in America e, se tutto va bene, presto anche in Italia. Se oggi Shaphir è orgogliosa di quello che fa e se domani continuerà a farlo, è soprattutto grazie alla Fondazione Pangea (www.pangeaonlus.org) che di disgraziate come lei a Kabul, ne aiuta parecchie. E’ una Onlus italiana che in Afghanistan ci lavora da quando la guerra c’era, ma non faceva notizia, 12 anni fa. Pangea ha già visto ri-nascere tante donne: sono parite in 5, oggi sono 6.000 e fanno attrezzi per la cucina, riparano neon, vendono frutta. Luca Lo Presti, presidente di Pangea, visita spesso le donne di Kabul, che per il momento rimangono nelle loro case, al sicuro, nonostante si spari nella maggior parte delle strade.

Uscire da Kabul per prendere la strada del Pakistan non è cosa semplice. Le forze militari sono attrezzate per evitare la Ring Road volandoci sopra, ma io –per il momento- non possiedo un esercito e per arrivare a destinazione dovrò affidarmi ai taxi della capitale. Per quanto alta, la cifra che un occidentale offre all’autista di turno non sarà mai abbastanza da garantirgli la salvezza: il vero pericolo non è saltare in aria sulle mine, ma essere venduti ai criminali occasionali, ai pakistani o qualunque altro bandito che transita di lì.

Mentre lascio la città verso Jalalabad mi chiedo: quale livello di civiltà possiamo pretendere da quei bambini afgani, futuri uomini mujaheddin, che dormono per terra assieme al resto della famiglia nella stessa stanza gelata, mentre una donna viene stuprata dal marito che altri hanno scelto per lei? Altro posto per consumare non c’è. Come ci permettiamo di indignarci per l’odore camminando con le latrine ai bordi della strada, noi che andiamo in bagno e tiriamo l’acqua? Le mani nella merda del nostro vicino non le abbiamo mai messe. Mette a disagio il fetore afgano, quel miscuglio di marciume che stringe la gola, un tanfo così denso da rimanere attaccato alle scarpe. Di chi le ha. Eppure c’è stato un tempo non lontano, quando i pavoni blu coloravano i giardini e gli alberi da frutto profumavano l’aria, c’era la musica nelle strade, i ristoranti aperti, e dai terrazzini al primo piano di Chicken Street si beveva il tè, per sbirciare il passeggio di sotto. C’erano le atmosfere raffinate dei libri di Lord Byron, gli uomini eleganti con i turbanti impeccabili in testa. Adesso guardare la città è difficile, come lo è spiare i suoi abitanti che hanno occhi neri, profondi. Si impara in fretta a abbassare lo sguardo quando si avvicinano, la miseria imbarazza chi non è povero.

Avevo iniziato a scrivere per raccontare di una giornata divertente, un giorno di sole in inverno che qui a Kabul fanno sempre -34 gradi ma, almeno, il cielo è azzurro. Al Palazzo Imperiale (quel che è rimasto in piedi) ho incontrato dei ragazzini con delle specie di Honda 250, delle moto tenute insieme con archibugi fantastici. Non so dire se ero più incredula io di guidare una moto prestata da un maschio al Palazzo Imperiale di Kabul o loro, i maschi, di vedere una femmina con il velo mettere in moto e fare dei saltelli sui ruderi nel piazzale. Ma ho perso il filo del discorso.

Quando torni devi sbrigarti a raccontare, prima che la necessità di dimenticare abbia il sopravvento. Prima che l’Afghanistan torni a essere solo un titolo di giornale, un punto geografico lontano dai confini della propria coscienza.

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