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Sahara

Succede che un giorno assaggi l’enduro e poi va a finire che ti metti in testa di fare un motorally, perché i boschetti dietro casa e le piste da trial non bastano più. Cominci a fare le nottate davanti a YouTube, ammirato dalle gesta di campioni d’altri tempi, quelli che arrivavano in fondo senza i pezzi di ricambio, senza l’assistenza, senza gli antidolorifici, insomma, senza. In un’escalation delirante ti parte la brocca e il deserto diventa un bisogno primario da soddisfare, anche se gli amici cercano di spiegarti che una vacanza a Mauritius costerebbe meno e sarebbe più indicata, vai avanti e cerchi in qualche modo di arrivare là dove i più grandi hanno messo le ruote prima di te.

Arriva poi la fase obbligatoria in cui abbassi il tiro, escludendo partecipazioni utopistiche alla Parigi-Dakar, al Rally dei Faraoni e a tutte quelle manifestazioni per chi del fuoristrada ha fatto un mestiere. Finché scopri il Desert Logic, un misto di tappe a media e lunga percorrenza, intervallate da prove speciali valide per stilare la classifica finale: una gara in versione soft. Non si partecipa da soli, ma in coppia o in trio, così che ciascuno possa avere qualcuno da controllare durante il viaggio e nessuno rischi di dover gestire incidenti o rotture della moto nel cuore del Marocco, a svariati chilometri dai soccorsi. L’idea di uscire dagli schemi del solito tour africano venne a Fabrizio Meoni e Fabio Fasola, veterani dei rally di cui sopra, all’epoca di quando avevano fondato assieme una scuola per enduristi in Tunisia. Il grande Meoni è venuto a mancare, ma Fasola ha portato il Desert Logic alla settima edizione che ha avuto anche il contributo di Jordi Arcarons, un pezzo di storia vivente delle Parigi – Dakar vere, quelle corse in Africa.

Farcela non è da tutti, ma preparandosi fisicamente e con una capacità di guida nella media si aspira ad arrivare in fondo con ritardo sul gruppo, ma comunque in fondo.

La familiarizzazione con la terra rossa comincia da Ouarzazate, dove atterra il trabiccolo volante partito da Casablanca, mentre la prima tappa parte da Boumalne Dades, dove fino alla sera prima i partecipanti si studiano, cercando di carpire le modifiche delle moto altrui parcheggiate nel piazzale. Da questo scrutinio me ne tiro ampiamente fuori, assieme alle altre due fanciulle del Pink Rock Team con cui ho affrontato il Marocco, Paola Riverditi e Anna Sappino. Le donne al massimo possono essere spiate per quanto portano stretti i jeans, certo non per sapere se hanno montato il serbatoio maggiorato o quanta tensione hanno dato alla catena. Quello che conta però è la classifica finale che registra le moto con i numeri rosa in terza posizione. E non se ne parli più.

Fatti i rabbocchi di benzina si lascia l’asfalto e dopo un’ora di guida comincia la salita al Monte del Diablo, il picco da scavalcare per arrivare a Nkob e poi a Zagorà, dove finisce la prima tappa da 180 chilometri, per scaldarsi. La salita prevede la neve per un bel pezzo ed è dura, ma tutto sommato fattibile, è la discesa il dramma per chi, nell’ansia da prestazione, ogni tanto tira qualche dritto. I 2.500 metri di altitudine del Diablo ti si propongono tutti assieme una volta arrivato in vetta, quando ti affacci per scendere, con la parete rocciosa a monte e un salto verticale a valle, senza riuscire ad elaborare un’idea efficace su come procedere per arrivare giù prima che faccia buio. È in questi momenti che ti affezioni alla tua moto, una leggerissima (99 kg) KTM Freeride 350 monocilindrica a iniezione elettronica, capace di darti sempre la dose giusta di potenza: 24 cavalli che non ti mettono mai in crisi. Solo alla fine ti renderai conto come dentro la prima tappa ci fosse tutto il Marocco, un deserto con qualcosa in più della Libia, Mauritania, Niger, Tunisia. Qui ci sono i chott, le famose distese di laghi secchi, le pietre, la neve, l’inizio del deserto con le spianate di sabbia e con i trabocchetti dell’erba chameau che nasconde i sassi dentro i ciuffi verdi, così quando ci passi sopra ti spara per aria.

La tappa successiva prevede 250 chilometri fino a Merzouga, la porta del deserto, in pratica come andare da Milano a Padova ma passando per la boscaglia. Merzouga è il cuore del deserto marocchino, una specie di parco giochi sabbioso dove nascono le dune più alte, un posto che se non ci sei mai stato cominci a chiederti seriamente perché fino a oggi hai fatto tutte quelle vacanze a Mauritius, invece di venire qui. È una zona dove si lascia il cuore, ma se non stai attento ci lasci anche la moto insabbiata con il motore in ebollizione. Apposta per imparare a muoversi tra le dune e spostarsi in autonomia con i road book dentro un deserto infinito, si rimane per due giorni nel Merzouga affrontando prove di navigazione GPS e speciali di abilità.

Una su tutte, la Duna Impossibile: si parte schierati ai piedi della duna più alta e vince il team che arriva in cima per primo, ma vale tutto, anche arrampicarsi a piedi, caso mai la moto dovesse scavare così tanto da scomparire sotto la sabbia. Il fiatone annebbia anche la vista, ma è quando sei lassù e guardi quelli di sotto, ancora alle prese con la scalata, che le nottate davanti a YouTube vengono ripagate. Assimili le ultime gocce d’acqua e sali minerali rimaste nel camelbak raccattando le forze per scendere là da dove sei salito, già consapevole che al primo sussulto dell’anteriore finirai copiosamente con la faccia nella sabbia, ma oramai puoi anche cadere, perché ce l’hai fatta e in un un’ora hai accumulato gli argomenti che riempiranno le chiacchiere tra amici per tutto l’anno.

Le notti durante il Desert Logic non bastano mai e quando sali in moto al mattino, bardato per affrontare le prossime otto ore di guida, hai come l’impressione di non essere mai sceso. Ciononostante sei al quinto giorno e ringrazi di aver comprato le imbottiture per i tratti in cui si può guidare seduti e cerchi mentalmente conforto pensando alla lunghezza della tappa con arrivo a Erfoud, “solo” 130 chilometri più a sud.

A questo punto del viaggio i piloti hanno fatto conoscenza e c’è addirittura chi ti chiede di fare un po’ di strada assieme. È facile stringere un’amicizia in un contesto del genere, dove ti trovi a condividere passaggi irraggiungibili per la maggior parte dei bipedi terrestri, posti dove non incroci nemmeno più i cammelli, trovi scale in mezzo al niente che portano verso il cielo e fortini abbandonati dove la Universal Pictures è venuta a girare La Mummia. Tra un tè alla menta e un cous cous a Erfoud, qualcuno ti passa il road book dell’ultima tappa che contempli tanto quanto il rogito della tua prima casa: 290 chilometri, proprio adesso che hai finito Muscoril, Lasonil e anche l’Antalgil. Eppure parti e incredibilmente arrivi alla fine, attraversando un altro mondo fatto di oasi verdissime e miraggi, dove incontri solo qualche berbero il cui lavoro è aspettare, una filosofia di vita che per qualche istante credi di cogliere, non fosse che il tuo telefono trova la rete ricominciando a suonare e il berbero si dipinge sulla faccia l’equazione smart-phone = stupid-people. Senza rendertene conto stai chiudendo i bagagli, hai caricato la moto e sei pronto a tornare a casa. L’uomo è sempre stato un esploratore fin da quando il pianeta era vergine, ma alcuni di noi sentono ancora il bisogno di andare a cercare qualcosa. È una parte mancante nella vita di tutti i giorni, la magia della scoperta che gira assieme ai propulsori delle loro moto.

Road Book seguito:

Boumalne Dades –  – Zagora

Maregh – Merzouga

Merzouga – Rissani – Erg Chebbi

Merzouga – Fort Bereber – Erfoud

Erfoud – Goulmima – Gargantas de Dades

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