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Milano – Capo Nord (con una V7)

Che cosa ti spinge a raggiungere il punto più a Nord d’Europa, percorrendo 5000 chilometri in sella a una moto? Non si può spiegare. È non distinguere l’alba dal tramonto, continuare a ogni costo, salutare i motociclisti che incontri sulla tua strada. Come tutti i luoghi “più”, anche Capo Nord continua a essere meta irresistibile per i viaggiatori, specie se il pellegrinaggio è su due ruote. Noi siamo in quindici, alla guida di due modelli diversi, per un raid che celebra i novant’anni della Moto Guzzi, sulla stessa rotta battuta nel 1928 dal suo fondatore. Quando raggiungiamo il Capo, il vento è lì ad aspettarci. Tagliente, implacabile, potente. Sembra che voglia scavarci fino all’anima per svelare quello che stiamo cercando: il nostro bisogno di ricordarci chi siamo e da dove veniamo, di estraniarci dal resto del mondo cambiando i panorami quotidiani. Veniamo fin qui per dichiarare quanto siamo fuori dal coro eppure in cerca dei nostri simili; per cancellare intere giornate mediocri vivendo pochi momenti cruciali; per sederci su un sasso, toccare l’oceano, respirarne la salsedine, tra i 40 ruggenti e i 50 urlanti della vita.

copertina

Prima tappa

Mandello del Lario/Stoccarda – km. 511
Moto Guzzi Stelvio 1200 4V NT
E’ la mia prima volta con una Stelvio, è alta da terra, due borse laterali e un motore bicilindrico che in autostrada ha il suono di una nenia costante ma tra le curve strette delle Alpi alzerà la voce. Dopo un passaggio davanti alla sede storica di Mandello del Lario, mi arrampico sullo Spluga. La paura di non girare bene sui tornanti passa subito, perché, nonostante la stazza, la moto è agile: imposti la curva e lei resta lì, lasciandoti aprire il gas senza troppa educazione. Ma dal paradiso di marmotte e nuvole dense si passa all’inferno di una lenta processione in autostrada fino al centro di Stoccarda. Mi attrezzo per una doccia, una birra bavarese, cetrioli in agrodolce e salumi locali, non necessariamente in questo ordine.

Seconda tappa
Stoccarda/Hannover – km. 512
Se non si muore santi, bisogna conquistare la santità percorrendo il purgatorio, ovvero l’autostrada tedesca. Quando la velocità lo permette, mi alzo sulle pedane per cercare di capire cosa mi sta intorno. Ma come mi fanno notare alcuni crucchi in autogrill (sono legittimata, in quanto crucca per metà), se è fatto con la targa italiana risulta un gesto da smargiass. Quindi mi siedo, mi rassegno e macino chilometri verso Nord. Arrivo ad Hannover e imposto la sveglia alle 5 del mattino: le previsioni meteo sono orribili.

Terza tappa
Hannover/Kristiansand – km 676
Solo una cosa odio più dell’autostrada, ed è l’autostrada con la pioggia. Ho l’Abs, l’Atc, un bel parabrezza e una moto comoda, ma non ho voglia di prendere secchiate d’acqua. Mi rannicchio intorno al serbatoio come fossi nel mezzo di una bufera e penso che il Gore Tex è proprio una bella invenzione. Deo gratias, arrivo al confine con la Danimarca. Le raffiche di vento mi obbligano a piegare per andare dritta. Imbarco la moto a Hirtshals, sul primo di una lunga serie di traghetti, alla volta della Norvegia e compare anche il sole. Una volta di là sarà l’inizio di un’Europa profondamente diversa. Non ci sarà nemmeno più la notte, quindi è arrivato il momento di sfoggiare la mascherina di seta rosa shocking con ricami Svarowski, regalo delle amiche per l’ultimo compleanno.

 

Quarta tappa
Kristiansand/Oslo – km 322
Il sorriso si allarga dentro il casco. Ho davanti un orizzonte di curve, laghi e case a punta, anche se l’asfalto nasconde qualche tranello poiché qui si viaggia con le ruote chiodate per sei mesi l’anno. Nel piazzale sterrato di un paesino di pescatori assaggio le doti da enduro della Stelvio: l’off road è affascinante, ma continuerò a guardarlo in tv. Arriviamo nel pomeriggio a Oslo e mi concedo un giro in città e sembra che tutti abbiano un’aria strana: è l’effetto di un guazzabuglio di razze e culture. Tre ragazze che escono da Bok Bok, il negozio più cool del posto, mi scambiano per norvegese. Capito al Bare Jass As, dove si vendono dischi in vinile e vecchie musicassette jazz. Ci si può sedere, bere birra e fare conversazione per tutto il pomeriggio. Ai tavolini sul retro, nel giardinetto, c’è un gruppo di diciottenni adepti del knitting.

 

Quinta tappa
Oslo/Trondheim – km 497
Moto Guzzi V7 Classic
La E6 è la strada che ci porterà a Capo Nord. Nel furgone che ci assiste per il raid scopro un pacco per il concessionario Guzzi di un paesotto dal nome simile a quello di un armadio dell’Ikea: contiene una V7 Classic, di un rosso aranciato che la rende ancora più stilosa. Prende forma il pensiero di usarla, pur conoscendone la totale inadeguatezza per coprire le prossime migliaia di chilometri: non ha parabrezza né sella ergonomica, non ha praticamente sospensioni e vibrerà più della maxi-enduro che ho usato finora. È una follia, e da qui in poi la V7 solcherà la Norvegia con me sopra. Le farò il rodaggio. Lascio Oslo con il sole per ritrovarmi a metà strada in una centrifuga di acqua, vento e pioggia che esalta un aroma costante di sterco, intervallato da quello dei tronchi secolari appena tagliati a bordo strada. Passo davanti a Lillehammer, dove gli scivoli senza neve rendono lontano il ricordo di un’Olimpiade invernale di tanti anni fa. Arrivo di sera a Trondheim con la medesima luce brillante del mattino riflessa nel fiume Nidelva, il “fiume delle maledizioni”. La cattedrale di Nidaros è imponente quanto Notre Dame, sul prato davanti si gozzoviglia come a Central Park, le case attorno sono colorate come a Portofino. Lo dicevo che sono strani da queste parti.

Sesta tappa
Trondheim/Mo I Rana – km 478
Parto di buon’ora e per pranzo sono al Namsen Laksakvarium, tempio del salmone selvatico marinato al cognac più buono che abbia mai assaggiato. Riaccendo il motore e mi pare di costeggiare il lago di Como all’infinito, anche più bello: da Oslo a Nordkapp sembra che la strada sia stata disegnata con il compasso, duemila chilometri di curve perfette. Mentre canticchio Mmm Mmm Mmm dei Crash Test Dummies in quarta piena su una curva a destra mi si para davanti una pecora. Riesco a rimanere in piedi non so come, in compenso perdo dieci anni di vita e una pedana. In giro ci sono solo quadrupedi, i pochi uomini che si incrociano viaggiano da soli: in moto, in bici, in camper o a piedi. Come Bart, un olandese smilzo di 24 anni che cammina dal primo dicembre. In spalla ha uno zaino gigantesco che si porta appresso da Gibilterra e non mollerà fino a Capo Nord, dove conta di arrivare in due settimane. Mi sembra completamente pazzo, ma da quando l’ho incontrato ho smesso di lamentarmi.

Settima tappa
Mo I Rana/Narvik – km 422
Parcheggio lasciando la chiave inserita e il casco sulla sella: qui nessuno tocca niente e nei negozi non sanno cosa sia l’antitaccheggio. L’erba di un fiordo fuori da Mo I Rana è alta quanto me, ma ho visto duemila chilometri di spiagge lasciate nude dalla marea e ora voglio affondare gli stivali dentro quella sabbia. Muschi arancioni, verdi, lilla colorano rocce millenarie trasformandole in grandi sculture sgargianti quasi mistiche: sono menhir buttati in mezzo al niente e non riesco a immaginare come siano arrivati fin qui. Fa freddo, la pietra scura invece è calda e questo basta a convincermi: aspetterò di essere a Capo Nord per toccare il mare. Stando appollaiati qui sopra, il tempo sembra sospeso, la vita per un attimo in stand-by. Trovo una conchiglia, mentre le raffiche gonfiano l’acqua. Ci sono decisioni da prendere, persone lontane, il latte che scade: chisseneimporta.

Ottava tappa
Narvik/Tromsø – km 252
Marinate, in agrodolce, al naturale, fritte. Trattasi di aringhe, immancabili a colazione da quando sono in Norvegia. Più la E6 mi porta a scollinare dentro i fiordi, più mi convinco che, se c’è stato un Giardino delle Delizie, doveva essere così, come l‘erba verde brillante di Nordfold, come i faraglioni neri conficcati nell’oceano delle isole Lofoten. La terra ha il sapore del sole, l’aria è più leggera e perfino l’acqua sa di qualcosa. Da una settimana non vedo il buio, non devo curarmi degli abiti che porto, mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno. Passo dieci ore al giorno alla guida e solo a cena vivo il contatto con gli altri viaggiatori. Ci sono i pistaioli che sbrodolano i tempi del giro veloce a Monza, gli enduristi che conoscono tutte le sconnessioni delle mulattiere in Tibet e i viaggiatori dall’aria sognante disposti a tutto pur di arrivare più lontano. Simon, un inglese della prima specie, è convinto di correre un Tourist Trophy al giorno. Martin, endurista greco-austriaco, si è sparato tutti i chilometri fin qui con un casco jet aperto e gli occhiali da cross. L’”Ingegnere” registra a mente consumi totali e parziali delle moto, assetti, usura delle gomme. Alle nove di sera arriviamo a Tromso, la porta d’accesso al Polo Nord, da dove partì la spedizione di Amundsen nel vano tentativo di salvare Umberto Nobile, intrappolato tra i ghiacci dopo lo schianto del dirigibile Italia. Punto verso il mitologico Bla Rock Café, dove in un’altra era geologica hanno suonato gli Smashing Pumpkins.

Nona tappa
Tromsø/Honningsvåg – km 584
Mentre parcheggio per avvicinarmi a degli esemplari di renna particolarmente amichevoli, si ferma accanto a me un esemplare norvegese particolarmente grande e grosso, in sella a una Guzzi California 850. Si chiama Tom Eitran, è di Oksfjord, il paese dove ho appena fatto benzina. Ha visto la mia moto e l’ha seguita. Anche una cinica come me non può non lasciare un pezzo di cuore ascoltando la storia di Tom, vedovo da 15 anni con una figlia a carico, e della sua moto. La aspettava da due anni, perché voleva a tutti i costi quel modello fatto da Guzzi per la polizia della West Coast, e l’ha ricevuta solo ieri. Ora che la figlia è cresciuta, ha più tempo per la moto e per rimanere incredulo incrociando ai confini del mondo una Guzzi come quelle che piacciono a lui, targata Italia.

Decima tappa
Honningsvåg/Nordkapp – km 35
Gli ultimi chilometri battuti dal vento e da nuvoloni cupi mi portano ad attraversare un tunnel ghiacciato. Passo il cartello della Contea di Finnmark e del comune di Nordkapp. Il primo a essere stato qui cercava un passaggio a Nord-Est: si chiamava Richard Chancellor, era inglese. Correva l’anno 1533 ed era inverno. Arrivo anch’io ad affacciarmi al Mar Glaciale Artico raggiungendo i 71°10’21”di latitudine Nord e i 25°47’40” di longitudine Est, circa 600 km oltre il Circolo Polare Artico. Per celebrare il momento ho appiccicato l’adesivo di una renna al serbatoio della moto, rendendomi conto che il globo, simbolo di Capo Nord, è tremendamente turistico. Pullman con targhe di ogni tipo scaricano frotte di visitatori prelevati all’aeroporto di Alta, i quali però non ci pensano nemmeno a prendere l’acqua. È la mia fortuna. Mi godo il Capo con il maltempo, in silenzio e in solitudine, e quasi non mi accorgo che le raffiche hanno spazzato via le nuvole. Ora splende il sole e l’orizzonte è libero davanti a me, così limpido da perdere la vista cercando di separare il mare dal cielo.

2 commenti

  1. Che bella storia, anche se per poco, mi hai fatto viaggiare con te in un’avventura come quelle che piacciono a me: moto e bei posti. Non sai quanto mi manchi (motogp). Ciao e non gozzovigliare troppo col salame!

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  2. Da possessore di una Moto Guzzi Stelvio mi compiaccio per l’apprezzamento che lei ha manifestato per questa massiccia endurona un pò tradizionale, ma estremamente affidabile e sorprendentemente fruibile anche su terreni teoricamente meno appropriati per le sue caratteristiche. Per non parlare dell’indiscutibile fascino di una Moto Guzzi, per di più con un’italiano/a in sella. Complimenti per il suo viaggio e per il racconto coinvolgente.

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