Senza categoria

Giordania, in Harley Davidson

La sagoma inconfondibile di un dromedario si distingue all’orizzonte nel deserto del Wadi Rum, mentre il sole al tramonto colora la sabbia di rosa. “Dove sta andando?” viene da chiedere al beduino mentre accende il fuoco per la notte che passerà nel cuore di questa porzione di terra, lasciata incustodita dal resto del mondo. “Probabilmente a Sud, verso l’Arabia Saudita, il dromedario non conosce confini” mi risponde.

La Giordania stessa non conosce confini, è un piccolo regno del deserto a cavallo tra la Terra Santa di tre grandi religioni. Si sale sul Monte Nebo, consacrato da papa Giovanni Paolo II, affacciandosi sulle terre promesse a Mosè. Si galleggia sul Mar Morto lasciando la spiaggia di uno dei lussuosi hotel di Amman e si nuota verso la Cisgiordania. Paradossi della quotidianità, quaggiù.

Il primo pensiero mentre ci si trova ad affrontare le stradine impervie del canyon che ho affrontato con un gruppo di amici, va alla moto che mi scorrazza per tutti questi chilometri. Mica una qualunque, è una Harley-Davidson, una V-Rod. Ecco, se si parla di Harley il motociclista si sente subito in dovere di prendere una posizione, ma in quanto femmina e in quanto bionda mi limito a studiarla con sospetto. La V-Rod ha un motore del tutto inedito, il primo raffreddato a liquido nella storia di Milwakee: un potente bicilindrico progettato insieme a Porsche che ha fatto la propria comparsa incastonato nel telaio di una due ruote che vibra poco e ha anche una voce diversa, meno tonante, sicuramente diversa da quella tradizionale H-D. Con la plasticità delle sue forme e con il valore delle sue prestazioni affascina centauri che una Harley non l’avevano mai guardata, nemmeno per sbaglio. (Tipo me).

La moto non è l’unica sorpresa di questo viaggio in Giordania. Per quanto mistica e travolgente, un’esperienza in Giordania è sempre più difficile da affrontare: basta uscire di poco dalle città principali, dalle vie più battute, per toccare con mano tradizioni e contraddizioni di un piccolo regno del deserto incuneato tra l’Iraq, Israele e la Palestina.

Sono partita per attraversare la Giordania da Nord a Sud in sella a una Harley-Davidson V-Rod, senza aver ben chiaro cosa comportasse e ora che l’ho vagamente compreso, mi sembra un’impresa epica aver portato a termine il viaggio. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza la caparbietà di Claude Abyal, francese d’origine, un tizio stropicciato dal tempo che fino a pochi anni fa era lo chef di Re Abd Allah II. Claude e i suoi tatuaggi sprizzano spirito Harleysta, così tanto da aver contagiato buona parte della famiglia reale e da cambiare – letteralmente – le regole: solo dal 2008 viaggiare su due ruote in Giordania non è più vietato. Certo, con re Abd Allah e l’occidentaleggiante consorte Rania, la monarchia continua l’integrazione con il resto del mondo, mediando tra la popolazione di beduini intenti a pascolare le greggi saldamente ancorati al loro originalissimo passato, e building specchiati della nuova dimensione wannabe di Amman.

Proprio da qui parte il giro per attraversare, come prima tappa, la strada dei Re da Madaba e Petra, lungo un percorso di 297 chilometri che stando alla Bibbia, venne negato a Mosè quando era diretto verso il regno di Edom. Ma quali Re? Nessuno in particolare, in realtà il nome deriva dall’usanza dell’Oriente Arabo di nominare “strade reali” le vie principali. Questo stesso percorso così importante per cristiani e musulmani, oggi è una strada con un asfalto improbabile, ma con una dose di coraggio motociclistico e una guida rilassata si può arrivare fino all’accampamento beduino della Piccola Petra, e poi finalmente alla grande città rimasta dimenticata per secoli. È difficile far appassionare qualcuno a Petra semplicemente spiegandola, in fondo si tratta di roccia colorata e di ruderi. Petra va vissuta dall’alba a mezzogiorno, quando il sole illumina gradatamente le meraviglie scolpite da un popolo, i Nabatei, capace di architetture e ingegnerie impensabili ben prima degli stessi romani, ma con un destino simile a quello degli Inca, mai comparso sui libri di storia, desaparecido dai testi antichi. È allora che si scopre una città intera, una città che ha vissuto lo sfarzo delle capitali dei mondi antichi, poi tenuta volutamente segreta dagli stessi abitanti.

Anche i più scettici dovrebbero provare per credere. Se ancora non si è convinti, basta tornare in sella e ripartire verso gli stradoni bucherellati della Giordania. Fortuna che la ciclistica della V-Rod è stabile, anche se il feeling con l’anteriore non è il massimo e le pedane toccano presto terra appena si prende confidenza con le curve.

Chi prende posto sul sellino è portato ad assumere una posizione di guida simile a quella della maggioranza delle “nude” stradali, anche se le pedane larghe e il raccordo fra serbatoio e sella ti obbligano a tenere le gambe un po’ aperte. Ma una volta che le ruote cominciano a girare, la capacità critica verrà per un attimo destabilizzata, lasciando spazio a un sano stupore. E’ una Harley che si muove velocemente, oltre che bene: stabile sul veloce, agile tra le curve, reattiva. Cavalli e coppia sono abbondanti a qualsiasi regime tanto da portare questa pesante sportiva a velocità proibite dal Codice – di qualunque Paese- in poco tempo. Non è un problema visto che l’impianto frenante, nonostante il look americano, è italianissimo e riesce a fermarla in tempi e spazi altrettanto brevi.

Tra una curva, un asino che attraversa la strada e qualche gregge di pecore al pascolo si arriva al Castello di Shobak. Sostanzialmente si tratta di un rudere, ma è circondato da un paesaggio remoto e selvaggio capace di affascinare con facilità anche il viaggiatore più indifferente. Le pietre di Shobak ne hanno viste di tutti i colori, dai crociati ai mamelucchi, passando per gli attacchi delle armate musulmane di Saladino. Viene da chiedersi perché ci tenessero tanto a questo piccolo poggio nel bel mezzo di un altopiano che a sua volta è nel bel mezzo del niente. Ufficialmente è in restauro, ma con 10 “cosi” di moneta locale il custode è disposto a accompagnare gli avventori per un breve giro e per altri 30 “cosi”, se ne ha voglia e se è una buona giornata, potrebbe anche decidere di aprire il passaggio segreto che, attraverso un cunicolo buio nel cuore del castello, scende per 370 gradini, uno più uno meno. Si sbuca alla sorgente sotterranea e si riemerge fuori dalle mura sulla strada che porta al paesino di Shobak.

Schermata 2017-11-09 alle 16.33.39

Attraversando alcuni dei panorami più suggestivi che il pianeta Terra ha da offrire, nel giro di un paio d’ore si arriva nel paesino arroccato su un precipizio, è Dana. Oltre ad essere uno dei gioielli ben nascosti della Giordania, è anche una riserva naturale, un posto capace di offrire un’esperienza diversa, difficile dire in cosa sia diversa precisamente, ma senza dubbio diversa. Aria pulita, la possibilità di alzarsi presto la mattina per aspettare gli animali e sentire gli uccelli o, con un po’ di discrezione, anche vedere la gente del posto all’opera. Nella riserva vivono diverse famiglie beduine che coltivano le terrazze a strapiombo sulla vallata di pistacchi, melograni, mandorle e limoni: un mix di profumi che un nais dei più quotati farebbe fatica a comporre. I più sensibili al misticismo sappiano che qui ci sono le miniere di rame che hanno fatto da sfondo a diversi episodi biblici, mentre gli addicted all’archeologia saranno soddisfatti di sapere che quelle stesse miniere esistevano già 6.000 anni fa, quando nel Vicino Oriente c’era il centro della lavorazione dei metalli più vasto del mondo scoperto fino a quel momento. Insomma, nella Valle di Dana non c’è molto, ma è un posto splendido dove fermarsi sulla via del Mar Morto di ritorno da Aqaba o dal Wadi Rum.

Il Wadi Rum. Sembra incredibile passare in un lasso di tempo così breve dal Mar Rosso e i nuovi marina con i localini sul mare, a pochi chilometri dal confine con l’Egitto e l’Arabia Saudita, fino al deserto dove mollerò la moto. Dopo aver depositato la V-Rod al sicuro, ovvero in una stalla con un paio di capre, il 4X4 è il mezzo ideale per attraversare chilometri di dune e pietraie. Il paesaggio è esattamente come T.E. Lawrence lo aveva scritto nel XX secolo: dune di sabbia rossa, rocce scolpite, accampamenti di beduini, estrema calura in estate, freddo rigido in inverno, la violenza della natura quando all’alba il sole sembra voler incidere la pietra dei siq o quando al tramonto confonde la vista sparigliando i margini tra la roccia e la sabbia di Diseh. Esigente con chi lo abita, vendicativo con chi ne sottovaluta i pericoli, il Wadi Rum è uno di quei posti talmente desolanti da permettere di levarti di dosso ogni fronzolo e di andare all’essenziale di tutto, o più semplicemente, all’essenziale della propria anima.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...