Senza categoria

Da Londra a Pechino, passando per il Deserto del Gobi

Dopo aver guidato per 50 giorni percorrendo 10.000 miglia, attraversato 78 città, superato 13 Paesi e scattato 17.500 fotografie, la nostra carovana Journey of Discovery contro ogni pronostico, è arrivata a destinazione in orario. Il convoglio viaggiava capitanato dalla milionesima Land Rover Discovery prodotta proprio nello stabilimento di Solihull, vicino a Birmingham, da dove le auto sono partite con l’intento di raccogliere a scopo benefico un milione di sterline lungo il cammino.

Siamo partiti in quattro dal cuore dell’Inghilterra fino a Pechino seguendo la Via delle Seta, un po’ come quando non esistevano gli aerei e il mare guidava gli avventurieri fino all’Eufrate, quindi Baghdad, Iran, Turkmenistan, Afghanistan, fino all’antica Sogdiana, ovvero quel fazzoletto di muschi e licheni che conosciamo come Uzbekistan. I commercianti di allora non sapevano che il peggio sarebbe arrivato proprio varcando il confine cinese, dove ad attenderli c’era il deserto del Gobi, tristemente noto per la costanza nello sparpagliare genti tra le sue dune. Dopo tanta sabbia, i superstiti dell’epoca così come è stato per le Discovery di oggi, confluivano necessariamente a Dunhuang, crocevia misticheggiante dove l’Occidente si trova faccia a faccia con l’Oriente.

Forti di sessant’anni di know-how fuoristradistico, due mesi fa gli inglesi si sono attrezzati con qualche tanica di scorta, pneumatici di ricambio e gancio di traino. Per il resto si sono affidati alla trasmissione integrale permanente, ai differenziabili bloccabili e al sistema Terrain Response delle loro Land Rover. Bucando solo 4 pneumatici, hanno affrontato i passi ghiacciati delle Alpi, le strade sconnesse della Russia, il passaggio attraverso il reattore 4 di Chernobyl, una base militare segreta, il lago prosciugato d’Aral, i deserti insidiosi di Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, insomma tutti gli “stan” che si incontrano sulla Via della Seta, fino a parcheggiare in piazza Tienanmen a Beijing. Con la foto di Mao Tze Tung sullo sfondo.

Leg 1. Salisburgo

Dopo la partenza dagli stabilimenti Land Rover di Birmingham dove anche la The Millionth Discovery è stata prodotta e assemblata, la spedizione ha partecipato ad una cena di gala a Londra, alla Royal Geographical Society, per poi dirigersi verso il continente per fare tappa al Motor Show di Ginevra, sulle rive del lago.

Dalla Svizzera il convoglio è ripartito verso le Alpi assieme a Ben Saunders, esploratore polare e già ambasciatore di Land Rover, percorrendo anche qualche strada in quota, non senza incontrare neve fresca e ghiaccio.

L’Italia era a un paio d’ore di macchina e fermarsi a Milano per una notte era d’obbligo, pronti per ripartire alla volta di Monaco, in Germania e a Vienna.

L’urgenza di questi primi giorni era arrivare a Salisburgo, dove la carovana delle Discovery -con la carrozzeria ancora limpida, sporcata solo da qualche moscerino autostradale- si ferma obbligatoriamente per una sosta al centro Land Rover Experience. Il motivo è un allenamento specifico in vista di dover affrontare ogni genere di terreno immaginabile, dalle pianeggianti arterie cittadine ai solchi ed alle profonde buche dell’Ucraina, dai passi ghiacciati delle Alpi e della catena dei Carpazi alle pianure selvagge del Kazakistan.

Gli istruttori del centro hanno speso una giornata intera a preparare i driver, ancora ignari delle difficoltà che avrebbero incontrato lungo il percorso, per poi ripartire lasciandosi alle spalle le prime grandi città: Budapest, L’Viv e Kiev.

Leg 2. Chernobyl

Dopo Kiev la guida non si è interrotta fino a Chernobyl, a 25 anni dal peggior disastro nucleare del mondo, le Discovery sono entrate nel girone infernale dei 30 chilometri attorno al reattore numero quattro.

Le rovine testimoniano l’esistenza della città fantasma di Pripyat, un tempo residenza di 50.000 giovani professionisti che lavoravano a Chernobyl, oggi desolata e fatiscente, l’immagine di una vita distrutta. Ci vorranno ancora molti anni prima che Chernobyl possa tornare sicura, eppure la gente riprende a infiltrarsi nella regione circostante e con la costruzione di un nuovo sarcofago intorno al reattore, è bello pensare che un giorno la cittadina possa ritornare a vivere.

Per il momento è vivo il ricordo della catastrofe che causò migliaia di morti, circa quattromila secondo le stime dell’Onu. Come da tradizione, alle ore 1.23 locali il patriarca della chiesa ortodossa Kirill ha fatto risuonare la campana di Chernobyl, che segna l’anniversario dell’incidente. L’esplosione del 26 aprile 1986 è passata alla storia come il più grande incidente nucleare civile di sempre, con un’emissione di radiazioni nell’atmosfera centinaia di volte superiore a quella delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Le conseguenze del disastro all’epoca avevano interessato tutto il continente europeo e no ci sono dubbi che persistano ancora oggi. Essere qui pensando a quello che è successo a Fukushima, dopo il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone lo scorso 11 marzo, mette i brividi. Proprio in questi giorni il presidente russo, Dmitry Medvedev, ha annunciato che proporrà ai Paesi del G8 iniziative concrete per aumentare la sicurezza delle centrali elettriche nucleari. Lasciamo Chernobyl con la speranza che non rimangano solo parole: il passaggio in questo distretto deserto stride con le vedute spettacolari dei giorni prima, quando la spedizione Journey of Discovery ha lasciato le luci di Milano, diretta a Salisburgo, Vienna, scandendo a poco a poco la prima manciata delle 8.000 miglia del tragitto verso Pechino.

Leg 3. Budapest

Altro giorno, altro Paese. Precedute da moto della polizia, le quattro Discovery  sono state scortate attraverso il centro di Budapest. Sono bastati due battistrada in motocicletta, con sirene e luci lampeggianti, per creare una corsia preferenziale al convoglio, trattenendo il traffico agli incroci e dividendo gli ingorghi, un po’ come le onde bibliche del Mar Rosso, anche se nessuno di noi pensava di meritare tanta attenzione. Questa è stata l’esperienza rilassante della guida in città, che ha portato il team alla sessione fotografica in Piazza degli Eroi, punto di riferimento di Budapest. E’ un posto carico di storia, il cuore della città, dove le statue dei padri fondatori dell’Ungheria fiancheggiano il gigantesco Monumento del Millenario.

Abbandonata la scorta, le Discovery hanno lasciato la città, dirigendosi verso una zona incolta, disseminata di profonde piste di sabbia, estese per miglia in ogni direzione, una sorta di approccio soft alla versatilità delle Land Rover, in grado di passare dalla giungla urbana di Budapest a un terreno tutt’altro che facile, appena fuori città. Attraversato il confine con l’Ucraina, la spedizione si è mossa in fretta verso la successiva avventura urbana: L’Viv- Leopoli, superando piste dissestate e traffico di ogni genere, inclusa una carrozza trainata da bianchi destrieri.

Dopo Leopoli, e più oltre, Kiev, ci si è addentrati in Ucraina, per la visita ad una base segreta di sommergibili, tracce sinistre della Guerra Fredda.

Leg 4. Balaklava

Seguendo la E95, diciamo l’equivalente fredda e ombreggiante ucraina della Route 66, il tema del nucleare che avevamo lasciato a Chernobyl si ripropone prepotentemente nella città portuale di Balaklava, rimasta segreta al resto del mondo fino al 1992.

Siamo dentro una delle basi della flotta sovietica nel Mar Nero, oggi ricordo fra i più incredibili della Guerra Fredda, se si pensa che è stata progettata per resistere ad un attacco nucleare diretto, in modo che 3.000 persone potessero vivere auto sostentandosi chiuse dentro i bunker per oltre un mese.

I fari delle Discovery illuminano lentamente tunnel e bacini di carenaggio di quei sottomarini lunghi fino a 100 metri, capaci di cambiare i connotati della Terra distruggendola.

Nella baia oggi ci sono decine di lussuosi yacht ormeggiati, intenti a preparare l’aperitivo sul main deck, anche se fermandosi a guardare sembra di poter scorgere ancora le sagome dei sottomarini a pelo d’acqua, mentre un brivido percorre la schiena.

Rileggendo il diario del marchese di Cardigan, inglese sopravvissuto a una delle battaglie qui a Balaklava, cerchiamo di capire l’apocalissi che si presentava agli uomini una volta arrivati fin qui:

“My Lord, di quei reggimenti non tornò che un piccolo distaccamento, due terzi degli uomini che diedero battaglia erano stati uccisi. Penso che ogni uomo coinvolto in quel disastroso affare a Balaclava, e che fu tanto fortunato da tornare vivo, debba aver provato che fu solo per un decreto pietoso della Divina Provvidenza se era sfuggito da quella che appariva come la più grande certezza di morte che si potesse concepire. E’ una potenza grandiosa quella che abbiamo davanti, ma questa non è Guerra”.

Leg 5. Tula

Si riparte verso Beijing, con destinazione Tula, qualche ora più a Sud della capitale moscovita.

Qualcuno propone di fare visita a Mikhail Krasinets, ex pilota di rally, si dice che ora si dedichi a curare un museo dedicato alle sue grandi passioni, le auto sovietiche. Arrivare da Mikhail non è facile, la strada è tremenda, tutt’altro che breve, con un metro di neve fresca e dulcis in fundo, c’è anche una tempesta al traverso che frusta i fianchi esposti della collina alla quale siamo diretti, tant’è che alla vista di un campo innevato pieno di vecchie vetture russe arrugginite, girano le scatole un po’ a tutti, è un’evidente perdita di tempo. Poi, però, incontriamo Krasinets, un uomo al quale passione ed energie non mancano, e a un’osservazione più attenta capiamo di essere di fronte ad un testamento a quattro ruote unico al mondo, un’intera generazione di meccanica automobilistica sovietica, che ha rischiato di andare perduta per sempre. “Possiedo un esemplare per ogni anno di produzione di tutti i maggiori fabbricanti russi, sono in tutto 300” dice Krasinets, raccontando come sia arrivato quassù nel ’90 con sole quaranta vetture.

Il suo gioiello è una Chaika GAZ del 1964, mastodonte che montava un 4.5 litri V8 accessibile all’elite del Partito Comunista: i comuni mortali potevano solo ammirarla incantati durante le uscite ufficiali. “E’ fantastico -cinguetta raggiante l’omone Krasinets- non molto tempo fa, per uno come me possedere questa auto era assolutamente impensabile!”

I suoi occhi si illuminano quando sale a bordo dell’enorme autocarro militare Zil del 1974, lo stesso che guidava durante il servizio militare sovietico, una di quelle esperienze che fortificano, viene da pensare. Il motore da 5.5 litri di questo colosso, nonostante l’età e le condizioni non perfette, va in moto al primo colpo: quando si dice efficienza. A questo punto Krasinet mi fa segno di salire a bordo nell’abitacolo, spingendomi sul sedile di guida. Non sembra uno col quale si possa discutere, quindi spingo la lunga leva del cambio in prima, aziono la frizione, e all’improvviso avanziamo sbandando, con la neve che schizza via dagli pneumatici e io combatto con il durissimo volante (senza servosterzo, è chiaro) per non falciare qualche altro esemplare della collezione.

Anche se nessuno dei due conosce una sola parola della lingua dell’altro, c’intendiamo a meraviglia spiegandoci con gli occhi la passione per i motori a combustione interna, capace di trascendere generazioni e culture. Va detto che al ritorno, il comfort che ritroviamo a bordo delle nostre Discovery 4 è stato particolarmente apprezzato.

Leg 6. Mosca

Dopo 15 giorni viaggio, e quasi 5.000 miglia percorse verso Beijing, arriviamo a Mosca e grazie a un permesso speciale, riusciamo a parcheggiare le Discovery nel cuore della Piazza Rossa, non senza che la sosta desti un certo scalpore della stampa locale.

A questo punto espletiamo la visita ad alcune stanze del Cremlino, anche per non sembrare irriconoscenti verso chi ci ospita e tutto sommato per vedere con i nostri occhi uno dei mitologici candelieri di bronzo, che pesa quanto una delle Discovery parcheggiate all’esterno.

Qualche indisciplinato di cui non faremo il nome (un collega spagnolo) tuttavia riesce a svicolare la visita guidata, concedendosi un po’ di relax e insistendo per una sauna tradizionale, con tanto di massaggio con i tradizionali ramoscelli di quercia e finale di corsa sulla neve. Ben gli sta.

Il gruppo si riunisce per incontrare Andris Liepa, in passato stella del Balletto del Bolshoi, che vuole da fare da Cicerone in giro per la città e ci spiega quanto Mosca sia cambiata. Proprietario di una Range Rover lui stesso, si trova immediatamente a suo agio alla guida della milionesima Discovery, mentre atraversa con facilità il caotico traffico cittadino.

La visita prosegue con qualche fermata obbligata sulle Colline Lenin e al Bolshoi stesso, mentre Liepa ha voglia di chiacchierare: “Venticinque anni fa, per incontrarvi avrei avuto bisogno del benestare del KGB. Oggi Mosca è una città totalmente diversa.”

All’alba del giorno seguente ripartiamo, mentre Mosca dorme ancora. 800 chilometri lungo le campagne ci hanno portato a Volgograd, la vecchia Stalingrado, lasciandoci alle spalle il giorno più lungo per i nostri motori. Con questa tappa gli abbiamo davvero tirato il collo.

7 Alla frontiera

Seguiamo il corso del Volga, fino all’ultima sosta russa ad Astrakan, vicina al Mar Caspio. È qui che i dubbi sulla possibilità di non poter passare il confine del Kazakistan, verso la parte più incerta del percorso di 8.000 miglia, prendono forma. Ben due valichi di confine con l’Uzbekistan risultano chiusi: una tempesta di neve ha cancellato 1.000 km di strada, rendendo impossibile il transito anche per la Discovery 4, oramai già ribattezzata l’Inarrestabile.

Il sole del Kazakistan riscalda la giornata e gli animi, mentre cerchiamo di lasciare l’Europa per addentrarci in Asia, verso Atyrau. I nostri presentimenti peggiori diventano l’argomento del giorno che serpeggia per radio tra i camionisti. Sentiamo previsioni apocalittiche, di gente che ha impiegato dei giorni per fare la frontiera. Le strade lasciano il posto a carreggiate di fango pressato piene di buche, un buon diversivo per i nostri pensieri, che funziona solo fino alla visione concreta del nostro incubo: una coda senza fine d’autocarri segnala l’avvicinarsi del confine.

In momenti come questo abbiamo ringraziato gli istruttori di Salisburgo per il briefing in caso di fuoristrada serio, essendo riusciti a inventarci un percorso –che definire creativo è un eufemismo-  per arrivare al fronte: è ora di prendere la via del deserto.

Commutate rapidamente tutte le regolazioni delle Discovery su “full off road”: massima altezza da terra, Terrain Response su Mud e Ruts (Fango e Solchi) ed esclusione del controllo della trazione, ci lasciamo alle spalle l’ultimo camion della fila -e la relativa sicurezza della rotabile- per affrontare in fuori strada quel tratto di territorio che non risulta essere segnato su nessuna mappa.

Comunque, con il confine uzbeko ancora piuttosto distante e le voci raccolte circa la possibile chiusura della sua frontiera entro un’ora, non abbiamo altra scelta.

Ci immergiamo nella steppa desertica in uno scenario mutevole che passa dalla sabbia asciutta e compatta a buche fangose e piene d’acqua, attraverso tutte le possibili varianti intermedie. La luce del giorno che cala rapidamente rende ancora più impegnativa la scelta del percorso migliore, tenendoci in uno stato di costante allerta misto a ansia da prestazione.

La gente del luogo insiste a dirci che a volte possono essere necessari tre giorni per attraversare il confine, ma i nostri 50 giorni di viaggio, da Birmingham a Pechino, meticolosamente pianificati, hanno una scadenza: l’arrivo della milionesima Discovery in Cina è previsto per il Motor Show di Pechino. Ritardi dovuti ai passaggi di frontiera ne abbiamo previsti, ma uno stop forzato di tre giorni sarebbe davvero duro da ammortizzare.

Una buona dose di fortuna e le prodezze delle nostre Discovery ci portano a concludere, per il momento la fuga verso il confine dove, almeno sul versante del Kazakistan, le formalità vengono espletate rapidamente. Sembra però che anche le guardie di questo valico sperduto conoscano le difficoltà d’ingresso nel paese vicino. E se il cartello all’uscita dal Kazakistan dice solo “Buona Fortuna”, il sorriso ironico della guardia che ci saluta con la mano sembra davvero intendere “Adesso ve ne accorgerete.” E così è stato.

8 Uzbekistan

Difficilmente potevamo passare inosservati: quattro Discovery targate UK in convoglio, con la livrea sgargiante della Spedizione, equipaggi di tre diverse nazionalità, un carico di ricambi, attrezzature, radio, materiale foto-cinematografico ed abbastanza medicinali da aprire una farmacia. E così la nostra avanzata si arresta subito e non riprende che dopo sette interminabili ore quando, alle prime luci del mattino, riusciamo a ripartire. Tutto considerato, ci è andata bene.

Ecco l’Uzbekistan in versione “buio pesto e visibilità zero” nel pieno di una tormenta di neve. L’altra buona notizia è che dovremo campeggiare, poiché il deserto uzbeko non prevede alberghi di alcuna categoria.

Mentre ci prepariamo mentalmente a passare una gelida notte in tenda, qualcuno non si rassegna e prende forma l’idea di bussare a qualche porta per chiedere ospitalità: si tratta di persone poco equilibrate, che hanno già visitato questo territorio, parlano un po’ la lingua e quindi pensano di avere qualche possibilità di trovare un riparo.

Contro ogni previsione e le malelingue come la sottoscritta, un’ora più tardi siamo al riparo, in una baracca di mattoni crepati e scortecciati, con due cani, tre stanze ed un odore incredibile che proviene dalla cucina, mentre i proprietari – una famiglia di quattro persone – offrono vodka locale a quelli che non devono guidare, tè agli altri e qualcosa, difficile da decifrare ma comunque commestibile, a tutti.

Ci svegliamo solo qualche ora dopo ed usciamo per fare qualche rilevamento scoprendo con orrore che la tormenta non è ancora passata, ma che ci piaccia o no, siamo pronti a riaffrontare il deserto.

La pista tutta solchi e paludi che funge da strada principale e sulla quale passiamo la giornata non è meno imprevedibile e difficile di altri percorsi in fuoristrada in Kazakistan, però almeno la neve ha smesso di cadere, è spuntato il sole ed il deserto ci appare in tutta la sua gloria, disseminato lungo la via di cammelli e capre, mentre comincia a alzarsi la polvere, segno che la temperatura finalmente si sta alzando.

In serata siamo sul Mare di Aral e anche qui di hotel nemmeno l’ombra. Campeggiare qui senza un’anima viva nel raggio di chilometri, con il tramonto che illumina il paesaggio ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, che le cose difficili da raggiungere spesso coincidono con le migliori esperienze.

9 Lago D’aral

Non ci pare vero di essere arrivati a Muynak, in Uzbekistan, sul grande Lago d’Aral. Ma qualcosa non torna, perché della prosperità del maestoso porto dove dovremmo trovarci e del grande bacino d’acqua non c’è traccia.

Così mi rendo conto che avrei dovuto studiare meglio geografia alle elementari, visto che dagli anni ’60 il lago vecchio di cinque milioni di anni, è diventato una pozza, causa la deviazione di tutti i suoi immissari per destinare l’acqua ai campi vicini. Da allora sul lago di Aral, a differenza di quanto avviene in ogni parte del mondo, la marea non sarebbe più risalita.

Come se non bastasse, le pianure intorno sono state irrorate di pesanti pesticidi, mentre un’isoletta – che oramai il prosciugamento del lago ha riunito alla terraferma – è stata impiegata per testare le armi biologiche dell’Unione Sovietica.

Si parla molto di progetti di ripristino del Lago, ma non sembra esserci, da parte dell’Uzbekistan e della Comunità Internazionale, né la volontà, né la forza politica e soprattutto economica per realizzarli.

Oggi guidare su quello che un tempo era il fondale di un bacino profondo 30 metri è un’esperienza difficile da spiegare, resa lugubre dagli scheletri arrugginiti dei pescherecci arenati per sempre.

I conti li pagano i pescatori, la gente che viveva sulle rive del bacino: “Il lago si è portato via tutta la vita –dice Usupov, che vive qui-  ma la natura ha fatto il Lago milioni di anni fa, e solo la natura può restituircelo.”

Sembra impossibile che queste persone siano all’oscuro dei progetti d’irrigazione dell’Unione Sovietica, ma è un angolo di mondo talmente remoto, che nessuno si è mai preoccupato di far arrivare le comunicazioni fin quaggiù. Ad ogni modo, mentre Usupov torna a fare fatica nella minuscola pozza inquinata, non ho il coraggio di dirgli che la natura non ha nulla a che vedere con i suoi problemi.

10 DUNHUANG, finalmente in Cina

Da quando abbiamo lasciato l’Uzbekistan sono trascorsi cinque interminabili notti e altrettante lunghe giornate. Abbiamo esaurito tutti gli argomenti, tutti i cd, tutte le playlist e tentato tutte le possibili connessioni Bluetooth con i nostri telefoni nella speranza di sentire un programma radio che fosse in una lingua comprensibile. Intorno a noi, solo sabbia e piste pelate dal vento che immancabilmente si alzava, puntuale, per le soste, proprio nel momento in cui dovevamo montare l’accampamento. Così, per non perdere l’abitudine, la sabbia la ritrovavamo anche nel sacco a pelo, nelle orecchie, in bocca e in ogni grinza possibile dei nostri vestiti. Dovevamo risultare parecchio strani per i quadrupedi di passaggio, visto che né i cammelli né le capre si sono mai avvicinati, nemmeno in cerca di cibo.

Il momento di incontrare l’Oriente è arrivato e contro ogni previsione, fin qui possiamo dire di essere nel continente giusto al momento giusto. Ci siamo arrivati in macchina, la stessa Discovery che, sospensioni permettendo, arriverà sulle sue quattro ruote fino a Pechino, attraversando tutta la Cina, che ha questa caratteristica fastidiosa di essere sconfinata. Finalmente ecco Dunhuang, dove sventolano ancora bandiere rosse con falce e martello, dove le lingue di sabbia del deserto del Gobi finiscono e dove comincia il Niente. È un Niente così spoglio e vasto che sembra di poter intuire la rotondità della Terra. Quando cala la notte e rimane accesa una fioca luce delle stelle, la polvere diventa perfino cangiante, illudendoci di essere sulla Luna.

Prima di lasciare Dunhuang esploriamo le grotte dei Mille Buddha a Mogao, un tempio di tesori dell’arte buddista, che si trova a 25 km dal centro della città, sul fianco orientale del monte (di sabbia) Mingsha Shan. Circa 735 grotte, colme di statue accatastate su cinque piani, alcune delle quali sfiorano i 50 metri.

11 Verso Beijing

Gli ultimi 2.500 chilometri sono senza dubbio noiosi, ma sono anche l’unico metro di misura a nostra disposizione per renderci conto di quanto sia sproporzionatamente vasta la terra emersa in questa porzione di mondo. Durante le ultime tappe abbiamo dormito e fatto rifornimento lungo la strada, dove si incontrano solo “piccole” cittadine cinesi da 2 o 3 milioni di abitanti l’una, immancabilmente intervallate da scheletri di nuovi building, segno di un popolo in continua espansione, e distese di Niente o poco più. Tutto sommato qualche milione di abitanti non sono un numero fuori dall’ordinario nei “villaggi”, per un continente che nel 2012 si trova a gestire il controllo delle nascite.

Sarà la città dei demoni di Yadan incontrata sulla via di Xi’an, saranno le leggende sulle montagne che sibilano di notte, o forse un popolo così unito e così indecifrabile da rifiutare le proprie tradizioni. Non lo so di preciso, ma di certo questo è un altro mondo. Comprenderlo è faticoso, tanto che un interprete è necessario per la lingua, tanto quanto diventa imprescindibile avere qualcuno in grado di tradurre usi e costumi. Per fortuna con noi viaggia Gianpaolo Lupori, italiano cosmopolita che vive in Cina da un tempo sufficiente per non aver più voglia di tornare, che ci viene spesso in soccorso.

Si può aprire una finestra sulla Cina, per spiare qualcuna delle anime che si snodano tra Beijing e Shanghai, in uno dei suoi progetti un po’ film e un po’ documentario, dove è un tassista, Chen, a condensare in cinque minuti gli impulsi infiniti della città (www.creativehunt.com/shanghai/articles/gianpaulolupori-shanghaiportraitsproject-rovingdreams-shortfilm).

12 Arrivo a Pechino

Quasi senza rendermene conto, il navigatore indica pochi chilometri a Beijing. Il traffico tentacolare e il colore del sole, opaco sotto la lente dell’inquinamento, certificano il nostro arrivo in città. Poche svolte tra gli stradoni a quattro corsie, e le Discovery sono in piazza Tienanmen e forse a emozionarci, non è la grandiosità dell’architettura comunista o la percezione di aver concluso il viaggio in questo preciso momento, ma passare per Chang’an Avenue, proprio dove il Tank Man, lo studente simbolo della rivolta nell’89 fermò i carri armati del governo.

Beijing è letteralmente la “capitale del nord”, una metropoli grande come la metà del Belgio dove vivono (vivono?) 14 milioni di persone. A una prima occhiata si può dire che Pechino sta alla cultura e alla politica, come Shanghai sta all’economia.

Insomma, siamo arrivati in Cina.

Dopo aver guidato per 50 giorni percorrendo 10.000 miglia, attraversato 78 città, superato 13 Paesi  e scattato 17.500 fotografie, la carovana Journey of Discovery contro ogni pronostico, è arrivata a destinazione in tempo per il Motor Show, dove The Millionth si esibirà ancora infangata. Bucando solo 4 pneumatici, abbiamo affrontato i passi ghiacciati delle Alpi, le strade sconnesse della Russia, il passaggio attraverso il reattore 4 di Chernobyl, una base militare segreta, il lago prosciugato d’Aral,i deserti insidiosi di Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, insomma tutti gli “stan” che si incontrano sulla Via della Seta, fino a parcheggiare in piazza Tienanmen, con la foto di Mao Tze Tung sullo sfondo.

Il viaggio finisce qui, ma per portare a termine l’ambizioso progetto di sanificazione dell’acqua in Uganda, Land Rover continuerà a sostenere la raccolta fondi destinati alla Federazione Internazionale della Croce Rossa e alla Mezzaluna Rossa, durante tutto il mese di maggio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...